venerdì 29 febbraio 2008

Lettera nel Giorno che non c'è.....

Oggi è il giorno che non c'è. Non ho mai scritto quello che stai leggendo.
Le strade sembrano strade anche oggi ma nessuno cammina sul serio, scorre.
Le conversazioni si sciolgono in un niente di fatto e i baci si cancellano dalla memoria.
Ce l'ho con te. Che ancora mi dici di cambiare. Di mettere la faccia buona per tutto questo nulla, mentre ancora mi tiene viva proprio la tenerezza che riesco a sentire per il mio non essere adatto.
Mi parli di meschine cose e io ti allontano con il palmo aperto di una mano, come si sposta una mosca o un pensiero sbagliato che non si vuole pensare. Lo vedi fuori dal negozio, quell'uomo alto, con il pastrano verde e la mano rugosa? Lo vedi come carezza il pelo scuro di quel cane, come è dispiaciuto per la sua attesa del padrone? Lui che non è padrone di nessuno e da nessuno si è fatto addomesticare, se non dal suo pastrano verde. Fossi come tu mi chiedi, potessi sul serio barattare il mio nome con una manciata di monete, di flessibilità, perderei il nome e non mi darebbe lo stesso piacere il peso freddo delle monete. Eppure so che presto il negozio stesso sarà un vago buco nel tempo di un giorno che non c'è. Mi hai chiesto di mettere le mie calze belle, quelle che si reggono da sole e camminare come fossi una preziosa tra bigiotteria in plastica, di rinforzare il rossetto e darla con progetto. Vedi, se facessi come mi chiedi, mi sentirei invece che un diamante più come un brutto disegno, che piace ma nessuno vuole guardare. Quando avrei finito di passarmi il lucido sulla faccia poi, cosa resterebbe dei miei sensi nudi? avrei ancora il mio olfatto, la mia vista, il mio udito o sentirei diverso? Io ho paura della tua richiesta. Se poi mi mancassi e non potessi stare con quello che sarei? Lo vedi come parlano ogni tanto le persone, senza dirsi niente? Come si incontrano tanti personaggi che a morderli sanno di cartapesta e cartone ma non lasciano impronte quando stringono le mani, seppure le stringono? Mi chiedi di prendere. Ma se pure imparassi a prendere, mi resterebbe in mente quella idea romantica di rapina galante, dove si lascia per lo meno un buon ricordo. Mi hai dato uno schiaffo con la mano sbagliata, te ne sei accorto? Ma sei poi sicuro volevi fosse una carezza? Il bello è che hai ragione. Su tutto. E ancora più bello è, che seppure ho le mani vuote e non metterò mai il mio culo su una poltrona comoda, non me ne importa ancora. Resto a guardare il cielo farsi sempre più scuro e poi morire. Fino a domani, quando il tempo torna a scorrere normale. In un giorno che esista dopo questo che non c'è.


A te che stai leggendo, da me che non sto scrivendo.





giovedì 28 febbraio 2008

*Flash*

Uno stormo composto di gabbiani
rincorre e punzecchia una sola anatra
davanti ai miei occhi
l'anatra è tenace nel voler volare più forte
lontana dalla tortura
io impreco forte nel mio italiano più intimo
contro l'infame truppa dal bianco piumaggio
e ancora mi sento sempre dalla parte sbagliata
a tifare indiani...indiani...indiani.....



mercoledì 27 febbraio 2008

Preludio (GdV2)

La prima città è un preludio. Di pioggia.

Mi aggiro per le strade come una lappone impazzita. Con scarpe troppo calde per la giornata che seppure grigia di certo non tende alla neve.

Avvolta in pesanti vestiti e con gli occhi ben aperti. Che nulla sfugga.

Una chiesa mi ricorda la solennità e induce al rispetto.

La strada è pulita da un vento gelido che porta il naso a farsi rosso e poi colare.

La parte buona dell'essere straniero, capitare da una qualche parte per la prima volta e lasciare semplicemente accada. Io oggi cammino per strada con il reggae nelle orecchie. La musica trasforma tutto in una leggera falsa. Adorabile.

Poi. La piazza più piccola ma carina della città. Un caffè.

Amaro ma caldo e il pensiero di ricordarmi il nome del posto, per quell'amica che al caffè ci tiene tanto, dovesse mai capitare di quì. Dalla finestra del bar vedo passare solo gambe. Belle, lunghe, snelle gambe di donne svedesi. “Sono proprio una straniera” mi dico.
Molte delle facce qui sono in pausa da qualche cosa. La pausa caffè da queste parti sembra seriamente una pausa, non hanno fretta con il loro tempo. La cosa insieme mi piace e infastidisce.Malesseri culturali, immagino.

Per tutto il giorno ho girato con gli occhi aperti e la macchina fotografica in tasca. Neppure una foto. Non riesco a fare le foto. Mi vergogno. Mi sento subito come fuori luogo e mi prende un senso di fastidio per cui la foto che viene fuori sarebbero solo un frettoloso momento sbagliato. Sguardo infelice. Invece camminando anche se poi dimenticherò in fretta, nel momento mi percepisco come realmente partecipante al tutto.

E' solo una delle mie stupide idee irremovibili.

Per il resto è un ritrovo di gabbiani e facce affittate con il passo lento e il sorriso timido.

domenica 24 febbraio 2008

Primo Ricordo del Viaggio ( GdV 1)


Ricordo che ero partita. Era gennaio. Ho riflettuto, sulla strada che mi portava al primo treno, che è sempre di gennaio che parto o parte qualcuno. Comunque c’è sempre qualcuno che parte che arriva. Qualcuno poi, invece, resta sempre al suo posto. E magari, vista da lontano, quella statica immanenza finisce con il rassicurare chi allontanandosi perde il senso dello stare.

Io qui.

Io non più.

Bastano pochi passi e qualche vestito nello zaino per rendere possibile il concatenarsi di eventi altrimenti destinati a non essere. Rasenta la magia ed è a prezzi bassi. Più o meno.

I motivi della partenza erano divisi sul tavolo.

A destra i sensati.

A sinistra i “a casaccio”.

La seconda montagnetta, piacevolmente scomposta, superava di gran lunga in altezza e larghezza la prima. Di suo la prima aveva che era ben allineata e dava un senso di pulito alla stanza.

Quasi ne avesse il bisogno.

Ricordo che ero partita e il camminare storta dovuto allo zaino pesante non mi rallentava, anzi era una spinta. Avevo deciso che qualunque cosa sarebbe accaduta i primi giorni no! non avrei pensato.

Era primo pomeriggio, subito dopo pranzo. Una ragazza sorridente mi ha aiutata quando ho sbagliato fermata del bus. "So per certo che lo può trovare lì il suo autobus!" Quel "per certo" detto sorridendo ma con la serietà di chi veramente vuole essere attendibile, mi ha commosso. "Ci credo" ho risposto. E mi sono sentita bene. Va bene se una emerita sconosciuta decide che vuole assolutamente che tu le dia fiducia. Ho pensato. Ricordo anche questo.

sabato 23 febbraio 2008

Poi semplicemente successe che cominciò un viaggio...


Non era ragionevole
Eppure si prese del tempo.
Cominciò a viaggiare.
A chi le chiedeva sorrideva.
Non aveva risposta migliore,
neppure a cercarla sul serio.
Cosa ha trovato?
Buoni motivi.
Per dire "Buongiorno!"
Per dire "Ancora!"
Per tentare di nuovo.


Sempre meglio iniziare dal principio.
Domani.

giovedì 21 febbraio 2008

Passo Avanti Prima della Partenza che Invece é Indietro

Sempre che lo sappia.
Non lo si pensa spesso di stare a casa che, quando uno sa di esserci, non se lo deve ricordare.
A metà strada ci si ferma . Si pensa "Ecco Ora questa è Casa mia."
Mentre si torna dopo una giornata di piatti lavati e sorrisi che non sei tu a fare.
Non lo facciamo mai.
Viene voglia, ogni tanto, di fermar qualcuno e chiedere "possiamo parlare poco, alleno la lingua, ci si fa un poco di compagnia, carezzo un pò il suo cane".
A camminare tanto capita di trovare sorprese non tanto male.
Io mi ci sento bene, invece, a guardare le facce che fanno o che potrebbero fare e invece restano senza o in procinto di.
Ci si sentivano proprio a loro agio vestite da "uno che parla al pub", "uno che porta a spasso il cane", "una che ride al telefono".
Tornando a casa ho visto facce che sembravano saperci fare.
E poi restano lì.
Sarà che a tenere aperte le ante, oggi, entra un vento malamente caldo che porta dritti in gola i profumi di una cena d'altri e di polvere e di bicchieri versati e il rumore delle briciole che cadono.
Le pareti dell'armadio profumano di muffa ma oggi sanno d'altro.
Quindi finisco a dire oggi mentre fuori è notte.
In questa storia che non è una storia mi ritrovo a fare salti avanti e poi all'indietro come a giocare a campana o a Regina Reginella che Campana non la conosco bene.


(Questo è uno Esperimento dell'Incontrario)

mercoledì 20 febbraio 2008

Piccolo Racconto Metaforico di Come Up Iniziò a Viaggiare


Tornando da una brutta serata il Signor Stupendo incontra una Gazza Ladra. Una Gazza Ladra, bisogna dirlo, per nulla dissimile dalla altre Gazze Ladre che popolano il cielo di molte città europee.
La Gazza Ladra gli si ferma proprio davanti. E non si muove.
Siccome la serata è stata davvero brutta, il Signor Stupendo solitamente gentile, si indispettisce.
"Se ne vada dall'ingombrarmi la strada" ordina.
La Gazza lo guarda. Ma non si muove.
"Le dico che è stata una pessima giornata non mi costringa ad essere scortese. Se ne vada."
La Gazza lo guarda. Ma non si muove.
"Guardi, le spiego. Stamane ho avuto una spiacevole conversazione con la mia signora. Poi il cane di mio figlio, il piccolo, ha avuto un rigurgito sulle mie scarpe seminuove, costringendomi a cambiarle. Ancora poi, sul lavoro sono stato declassato senza motivazioni reali e questa sera ho scoperto che il primo amore, quello vero, quello che faceva bello, sta lasciando il continente con un improbabile compagnia. Senza dirmi nulla. Nonostante tanti giorni di amore. Vede, non sono affatto un romantico, sono uno pratico io. Ma la cosa mi ha dato come un dispiacere. Comunque sia, cercavo solo di tornare a casa. E lei ha deciso di pararmisi davanti. Testarda come il Primo Amore. O come un oscuro monito, capisce?"
La Gazza risponde "No. E manco me ne frega niente."
Il Signor Stupendo a questo punto del racconto metaforico si mette a piangere.
La Gazza ciondola la testa un poco. Poi si vibra in volo.
Quando il Signor Stupendo, contento di averla infine commossa, alza la testa per indirizzare al pennuto un gesto di saluto, la Gazza gli caga in testa. Nello spazio esatto che si trova tra gli occhi. Ma di poco più su.
Inspiegabilmente Signor Stupendo è preso da un senso di leggerezza che non provava da quando a 8 anni aveva lanciato un aereo di carta fuori dalla finestra della sua classe. Vedendolo planare sul cappello del maestro di religione.

Quindi accade che Up, dopo l'esperienza Humana, prese a viaggiare.
E tant'è.

martedì 19 febbraio 2008

Humana People To People e le Allodole

Quanto segue è stato scritto perchè se ora sono quì, nel mio armadio, visitata in notturna dal fantasma dal passo felpato, è solo perchè prima sono stata lì. Volontaria io pure, ingenua per un pò. Ma per fortuna non troppo.



La tecnica dello “Specchietto per le Allodole” è il metodo secondo cui, per arrivare al raggiungimento di un obiettivo principale, poco attraente e non totalmente onesto, si inventa un sott’obiettivo definitivamente più affascinante e popolare, che ci permetta di canalizzare più risorse possibili nella direzione a noi gradita.

L’Organizzazione Humana People To People ne è un lucido esempio.

Prendiamo un giovane italiano. Prendiamolo di circa venti anni o poco più. Prendiamolo con pochi soldi in tasca, magari con una famiglia mediamente tribolata e un desiderio normotipo di fare qualcosa per il mondo. Il che spesso coincide con una porta aperta verso il volontariato perchè, anche volendo, tutte le altre sembrano sbarrate. Mettiamo per esempio che il Giovane Italiano abbia qualche fratello maggiore che non riesce a trovare lavoro, un padre che si arrangia da anni e poca speranza.

Al giovane capiterà di imbattersi in un annuncio affisso in un centro sociale o magari in un messaggio pubblicato in rete. Dopo averlo letto gli parrà di avere una risposta. Infatti, il nostro si imbambolerà leggendo che una ONG si prodiga da anni cercando Persone di buona volontà. Sognatori che pensano di poter migliorare il mondo e di poterlo rendere più giusto”. Sentirà di poter fare qualcosa. Dare il suo contributo. Partendo per l’ Africa come D.I. ( Development Istructor ) all’interno di un programma di Humana People to People.

Il giovane prenderà nota di un numero da chiamare o di un indirizzo email e già il suo umore si farà più sereno. Parlando con un gradevole reclutatore pagato dall’organizzazione, scoprirà che quello che gli si propone è un progetto di 14 mesi (6 in Danimarca, 6 in Africa e un ritocco danese per gli ultimi 2 mesi) in cui avrà la possibilità di usufruire di un programma di studio e formazione informatizzato, di migliorare la sua conoscenza della lingua inglese e di volarsene in Africa per partecipare in loco a progetti di sviluppo, sostegno, educazione per dare un contributo alle povere popolazioni indigene. Sempre parlando con il reclutatore scoprirà che l’Organizzazione che gli offre la possibilità di cambiare vita e mondo viene dalla Danimarca. Questo darà al giovane italiano un ennesimo incentivo. Non si tratta di qualche furbesca idea tutta italiana, bensì del prodotto di un paese civile e felice che per tante cose può fare le pernacchie allo Stivale. Scoprirà anche che il sogno di Humana è partito negli anni 70 e che da allora ha continuato a camminare per le vie del mondo, in Africa, Asia, America. Sviluppando sogni di milioni di giovani e motivati volontari anno dopo anno più numerosi. Gli spiegano che per affrontare la spesa del biglietto aereo per l’Africa dovrà lavorare per la scuola che lo ospiterà, lavoretti giornalieri, di qualche ora soltanto, mentre il resto del tempo sarà impiegato per lo studio. Per il lavoro svolto nella scuola ospitante non riceverà soldi ma non gli mancherà nulla, cibo e alloggio saranno sicuri come sarà assicurata la formazione per affrontare l’Africa, le lezioni di lingua e la buona compagnia in una confortevole struttura. Se avrà bisogno di soldi in più basterà chiedere di fare qualche lavoretto extra.

A questo punto il giovane italiano vestito ormai di coraggio e con un vago senso di protezione addosso, si sentirà pronto a fare la valigie, per realizzare il sogno di essere utile e per qualche mese non preoccuparsi di pane e companatico.

Ecco, in questa breve descrizione, l’Africa è lo specchietto e il nostro Giovane l’Allodola.

Humana People to People da decenni ha collaudato e man mano perfezionato una tecnica che gli permette al momento di essere tra le più ricche e di certo più discusse organizzazioni di volontariato al mondo. Sebbene originaria della Danimarca può contare ormai su una rete di 32 organizzazioni che lavorano di concerto per gli ultimi del pianeta. Almeno a quanto si può leggere in ognuno dei suo siti sparsi per la rete.

A ben guardare le cose non sono certo tanto commoventi.

Dopo una analisi generale e sintetica della situazione, appare evidente che l’Africa in realtà non è il vero obiettivo di Humana. Certo, il fundraising ( raccolta di soldi per strada per cui i volontari si adoperano ogni giorno in Danimarca e Inghilterra) mette insieme un cospicuo numero di bigliettoni ma la fonte più redditizia sono le scuole sparse sul territorio danese. Nelle scuole di Humana trovavo alloggio e educazione i bambini e gli adolescenti difficili della Danimarca, ragazzi provenienti da famiglie disagiate che le scuole normali non accettano e che invece Humana, da sempre vicino al disagio, accoglie a braccia aperte. Non tutti i ragazzi risiedono nelle scuole, alcuni semplicemente le frequentano o meglio, vi vengono tenuti a bada. Per ognuno di loro, Humana prende un cospicuo numero di corone.

Per la caritatevole organizzazione l’affare diventa ancor più allettante se si pensa di non dover pagare nessuno per mantenere queste scuole attive, tranne qualche sparuto insegnante. Infatti, manutenzione degli stabili, cucina, faccende relative alla pulizia e al controllo degli studenti è tutta a carico dei volontari, spesso unendo ore e ore di lavoro nelle cucine (lasciamo stare per questa volta la parte riguardante il rispetto delle regole igieniche) a nottate passate in logore stanzette a sorvegliare che nessuno si svegli o dia fuoco alla scuola, qualche studente ogni tanto ci prova. Lo stesso discorso qualora si dovessero riempire ore di vuoto didattico o costruire nuove stanze, subito si attiva un esercito di volontari che con i più strani background si ritrova a mettere tetti, condutture, pavimenti con la motivazione che tutto è “preparazione per l’Africa”.

I ricavati delle scuole Humana è notevole, a pensare che lo investano nei progetti africani farebbe quasi piacere, ma non è così. Seppure una piccola parte dei denari finisce nei progetti, tutti i materiali per la loro realizzazione verranno trovati o, più correttamente, elemosinati sul campo dai volontari. Le stesse scuole professionali attivate per gli africani manterranno comunque una retta a carico degli studenti, usciti da queste scuole poi i giovani africani potranno lavorare con l’organizzazione, ma sempre come volontari, facendo sorgere spontanea la domanda se si possa parlare di sviluppo dove non si percepisca la moneta che permetta la realizzazione di qualche piccolo progetto indigeno.

Al momento Humana annovera un folto gruppo di volontari arruolati soprattutto dall’Est Europa dall’Italia. E’ aperta da poco anche la sede italiana, locata nella periferia milanese. Rarissimo se non impossibile trovare un volontario danese nella struttura, in patria i più se ne stanno bel alla larga. Tra l’altro, se le allodole vengono da un paese che verte in condizioni di bisogno, perché magari molto giovane o molto in debito o sempre più vicino alla catastrofe, si fanno molte meno domande. Specie se le allodole hanno poca esperienza del mondo, probabilmente gli basterà poter dire “Sono stato in Africa” per sentire di aver fatto qualcosa di grande. Spesso, anche sinceramente commossi, i volontari potranno parlare di esperienze toccanti, magari accennando con gli occhi lucidi alla bellezza della gente africana, notoriamente “felice anche con niente” e in effetti, spesso niente è quello che gli porta tutto il movimento umanitario che circola nel continente, un tale possente andirivieni di moneta che, se sul serio fossero tutti utilizzati per l’Africa verrebbe da chiedersi se sul serio il continente abbia ancora tutto questo bisogno.

Se la popolazione di Humana è variegata, dall’Italia arriva di certo il gruppo sociologicamente più variopinto. Particolare per contesto ed età, spesso sono i più adulti tra i volontari, gente che ha provato a fare qualcosa in terra natia ma non è riuscita o ha perso tutto in qualche malaffare e non riesce ad arrabattarsi più o anche si sente inutile e non supportata dal suo sistema sociale. Per molti volontari Humana è la possibilità di avere un tetto sulla testa e qualcosa da mangiare.

E mentre per qualcuno Humana è il porto sicuro contro la depressione e la povertà, il desiderio di fare qualcosa, che pure infiamma molti benintenzionati volontari che dedicano anni ed energie nell’organizzazione, prende chiaramente i connotati di manovalanza al prezzo conveniente di un pranzo e una cena ( benchè a volte viene rinfacciato ai volontari di mangiare troppo) e ha l’utilità di creare una dipendenza economica che in breve lega i volontari all’organizzazione da qualunque punto di vista. Infatti, non percepire moneta di nessun genere anestetizza i volontari che per lo stesso motivo per cui hanno scelto Humana ( non avevano i soldi per fare tutto da soli) ne restano intrappolati ( una volta fatta esperienza non hanno i soldi per uscirne perché non hanno mai percepito un salario).

Ma il giovane Italiano di cui sopra probabilmente non si avvedrà di molte cose.

Non gli capiterà di riflettere su come vengono usati tutti i soldi che ha elemosinato in strada con qualsiasi tempo e temperatura, non si chiederà cosa succede in Africa quando un progetto è finito, non darà troppo peso al fatto che alla fine i corsi di preparazione erano inesistenti e il personale completamente impreparato, sia a sostenere eventuali problemi del volontario che degli studenti ospitati nelle scuole. Il giovane italiano si lamenterà un poco della mancanza di tempo libero, del divieto assoluto di alcol e droghe e delle tante ore di lavoro. Se è particolarmente sfortunato potrebbero ritardargli il volo per l’Africa con la buona motivazione che non sapeva bene la lingua, benchè qui il giovane si chiederà come mai prima di lui qualcuno è partito senza sapere una parola (con conseguente permanenza muta in Africa) e il suo ritardo coincida con una mole di lavoro moltiplicata nella scuola, magari per l’abbandono di qualche altro volontario. Perché questo è da dirlo, il volontario può abbandonare da un momento all’altro, salvo perdere la quota di iscrizione ( dal prezzo vario da 150 a €540, in parte pagabili con ulteriori ore di lavoro).

Spesso il giovane italiano, come altri giovani di tutto il mondo, aveva solo bisogno di una parentesi lontano da casa, di migliorare il suo inglese, di imparare a sbucciare le carote e di qualcosa di cui parlare una volta tornato a casa. Di certo dopo una esperienza di 6 mesi in Africa sarà in qualche modo più ricco, mostrerà a lungo uno sguardo sognante, amerà parlare degli africani, della bellezza della loro natura e mostrerà compiaciuto le foto scattate nonché magari un piccolo filmato da mettere su YouTube. Ma chi ha davvero aiutato? A parte i conti in banca di Humana People to People, intendo.

lunedì 18 febbraio 2008

La Stanchezza.



Rintracciare un motivo sostanzialmente unitario della risolutezza con cui si abbandona un luogo per un altro è cosa erronea e, di certo, inconcludente.
Addurre UN MOTIVO per spiegare una partenza è cosa da farsi unicamente per il beneficio dei commensali che certamente chiederanno, seppure spesso solo per il gusto delle "due chiacchiere". Allo stesso tempo, se ne avvederà presto il partente, Il MOTIVO che si mostrerà come fondante sarà pur sempre poco soddisfacente. Questa sensazione di incompletezza resterà consistente anche qualora IL MOTIVO venga arricchito di sfumature, di corollari e di "fra parentesi".
Ad ogni modo da sempre si necessita di accompagnare i propri gesti con spiegazioni, onde evitare un senso di smarrimento, spesso più altrui, che ostacolerebbe la possibilità di gioire della decisione presa. Volgendo al termine della mia ammennicolare digressione, intendo banalmente affermare che IL MOTIVO addotto a portatore di senso al mio abbandono della terra natia, fu quanto meno parziale e incompleto. Un pour parler da birreria. Più soddisfacente analisi in merito è gelosamente custodita in unica copia nelle secrete della libreria della mente. Un volume corposo e scritto fitto che mette paura al più coraggioso dei lettori di papelli logorroici e pretestuosi e la di cui lettura non si curò di terminare neppure lo stesso scribacchino.

Ci accontenteremo pertanto di assumere come soddisfacente il MOTIVO : stanchezza.

sabato 16 febbraio 2008

E io che feci? Gnente.


Ecco, ora me lo ricordo. Il Gnente da cui è cominciato tutto. Tutto cosa? Tutto, questa cosa.
Era un Gnente liquoroso, tipo catrame. Non che non sapessi ci fosse. C'era da un pò. In quegli anni, bello, penso adesso, esserne di poco già così lontana da dire "quegli anni", vivevo nella più grande città di ItaGlia. Una città bella come una sorpresa di giovedì, gustosa come una puttana che ride seduta su un pneumatico, marcia come i resti di un mercatino rionale. Roma. Troppo bella per concedersi la stanchezza ma ormai odorosa di colonia dolciastra come le vecchie dopo il bagno settimanale. Roma. Stantia ma indomabile, non la si può prendere per mano, nè farcisi abbracciare. Regina del "Sì.. Però....", Roma era il posto da dove guardavo il mondo in "quegli anni". Erano gli anni che le cose peggioravano, che il trucco scendeva e si perdeva ogni giorno la scommessa. Ma non ci si arrendeva. Questo pure me lo ricordo. Che ci provavo. Non era sempre un giro in giostra ma era vita, comunque.
Poi cominciò il Gnente. All'inizio uno non ci aveva fatto caso, non si era difeso affatto. E il Gnente zitto zitto era sgusciato fuori dal suo Cavallo cavo in piena notte e aveva fatto incetta di tutto. S'era preso la fantasia, la critica e l'intelletto. Aveva chiuso le bocche con mollica di pane e bendato gli occhi con nastri colorati. Per strada aveva soffiato una nebbia comoda, profumata, non veniva mica voglia di lamentarsene. Era solo nebbia. Ma dalla nebbia al buio il passo fu breve e presto non c'era più luce per passeggiare di sera. Quindi cominciarono tutti a pensare il da farsi, che poi siccome pensare era faticoso, smisero in fretta e decisero non fosse male camminare in casa, su e giù dalle sedie i più e chi aveva un salotto persino in cerchi di dimensioni variabili.
" Che devi fare? Ci si arrangia! Mica si può fare la rivoluzione per una passeggiata!" Anzi, a quelli che si azzardavano a uscire con il buio,magari sfregando pietre focaie, arrivava in fretta il biasimo della comunità, che però era anche invidia e Biasimo con Invidia partoriscono Demoni Ciarlieri capaci solo di sparare cazzate. Ma di spararle con tale sicumera da renderle apprezzabili prima e inoppugnabili dopo. Insomma. Si brancolava al buio in un riverbero di cazzate.
E tutti se ne stavano contenti.
Ogni tanto qualcuno scalciava, qualcuno tentava una denuncia e alzava la voce. Tutte cose che non valgon niente buttate random in una cesta di encefali in bambagia e infatti Gnente era. C'era da star contenti a potersi preparare un caffè in casa, senza chiedere niente a nessuno e starsene di notte a guardar fuori. Controllare che le stelle non fossero sparite.
Ammetto che in "quegli anni" mi lamentavo con educazione, il giusto senza strafare, tanto per sopportare senza dover cambiar nulla. Tanto per una boccata d'aria.
Solo che poi stò Gnente aveva preso a entrarmi in casa.
E quando capita ci sono due cose da fare. Se non si resta affascinati dal Gnente, che pure ha i suoi pregi e privilegi, non ultimo una certa comodità.
Prima cosa. Trovare un angolo e raggomitolarcisi con le ginocchia al petto, stringendo gli occhi per guardare dentro e smetterla di vedere fuori. La chiamano Follia i più. Non capiscono sia l'antidoto dei cuori sensibili.
Oppure, seconda cosa, armarsi fino ai denti, segnare il volto di fuliggine, lanciare un urlo gutturale e cominciare a far scoppiare le bombe. Lo chiamano Terrorismo i più. Non capiscono sia spesso un bisogno disperato di senso.
Ho mentito. Esiste la terza strada. Io ho preso la terza strada.
C'è sempre. Esattamente nel mezzo. E' la strada che porta Altrove.
Si prepara un bagaglio leggero e si parte. Si sorride senza dar a vedere la foto di casa che si tiene nel portafoglio, piegata piccola piccola. Che non dia noia, ma ci sia. La terza via è la Fuga. Si chiama fuga anche se ci si allontana con lentezza e agitando la mano ritmicamente e non è mai indolore come sembra. Ma permette di respirare e lasciarsi il Gnente alle spalle.
Lontano abbastanza da guardarlo con supponenza e vigliaccamente maledirlo con finto distacco. Perchè alla fine ci si sente un poco complici anche andando via. Ma non lo si ammette, che se non si teneva alla serenità neppure ci si spostava tanto. E certe ammissioni sono tutto tranne serenità.
Ecco. Negli anni del Gnente che si mangiava le cose, le case e le coscienze, io ero partita. Ciao Roma. Ciao gatti senza padroni. Ciao amori mangiucchiati appena gustati che ho lasciati agli angoli delle strade. Non ci si crede quanto sia facile andare o, invece, anche perfettamente il contrario.
Ora mi ricordo il sorriso di qualcuno e le lacrime di altri pochi. Ricordo i colori che lasciavo sui muri, il giallo, il verde delle persiane, la vernice scrostata. Ricordo la pioggia della partenza, il suono delle voci che cambiava insieme con la lingua, le parole che accompagnavano la scala mobile che saliva verso Altrove. Un caldo al centro del petto e un freddo pungente tutto intorno.
Poi un posto nuovo.
"Marzia?" chiamava la signora dai corti capelli giallo paglierino.
"E' il mio nome....scusa...sorry .... yes...I'm." risposi io.
Ero in un posto nuovo.
Avevo persino un motivo per starci.


venerdì 15 febbraio 2008

Avanti e Indietro. Indietro.



Vivo in un armadio. Non è da farne un dramma. Ma come ci sono arrivata?
Me lo sono chiesta stamattina. Quando la terza gruccia da sinistra si è andata ad incastrare tra le mie due costole preferite. Come ci sono arrivata? Devo andare indietro e pensare.
Un viaggio.
Un mucchio di soldi infelici.
Un pavimento.
Carote grattugiate.
Delle lenzuola sporche.
Lacrime.
Sospiri.
Volti increduli tra alti lampioni.
Un vuoto che prende lo stomaco.
Poi niente.
Ecco.
Da lì voglio cominciare a ricordare.
Dal niente. Anzi dal Gnente.


Il Gnente prima era casa mia.
Strano a dirsi, pur da dentro un armadio, non mi manca.

giovedì 14 febbraio 2008

Chiusa in un armadio sento le voci intorno.


Chiusa in un armadio sento le voci intorno, i rumori del corpo, gli stiracchiamenti mattuttini, le imprecazioni dei vicini. Ogni tanto qualcuno canta. Inverosimilmente, presa da tanti suoni, dimentico i miei. Neppure il dolore dal collo, per la stramba posizione del mio sonno, mi sconforta più. Ho trovato un modo migliore per consolarmi del mio tempo. Gli altri. Ieri un movimento esagerato, ha portato la mia mano a sbattere nel sonno contro l'interno dell'anta destra. Subitaneo mi è salito il desiderio di bestemmiare e lo avrei fatto. Certo che lo avrei fatto. Solo che dal bagno adiacente ho sentito un rumore di pianto, come quando non vuoi che nessuno senta eppure tirando forte su col naso speri di tradirti, che qualcuno sciolga le tue reticenze in un abbraccio. Il pianto era talmente dolce e reale, che il mio male se ne restava lì, banalmente nervoso e senza più ascolto.

Ho scritto che sono chiusa in un armadio. Mentivo. Non sono sempre chiusa, posso uscirne con facilità utilizzando la maniglia che ho incastrato nella più grande opera di tarma che il mio armadio mostri. Al centro esatto dell'anta sinistra. Basta una lieve pressione e sono fuori. Per fare buio e dormire la tiro a me. Molto più facile di quanto uno possa pensare. Molto meno arduo di come uno crede sia arduo vivere in un armadio. Il bagno, d'altronde è sul corridoio.