Quanto segue è stato scritto perchè se ora sono quì, nel mio armadio, visitata in notturna dal fantasma dal passo felpato, è solo perchè prima sono stata lì. Volontaria io pure, ingenua per un pò. Ma per fortuna non troppo.

La tecnica dello “Specchietto per le Allodole” è il metodo secondo cui, per arrivare al raggiungimento di un obiettivo principale, poco attraente e non totalmente onesto, si inventa un sott’obiettivo definitivamente più affascinante e popolare, che ci permetta di canalizzare più risorse possibili nella direzione a noi gradita.
L’Organizzazione Humana People To People ne è un lucido esempio.
Prendiamo un giovane italiano. Prendiamolo di circa venti anni o poco più. Prendiamolo con pochi soldi in tasca, magari con una famiglia mediamente tribolata e un desiderio normotipo di fare qualcosa per il mondo. Il che spesso coincide con una porta aperta verso il volontariato perchè, anche volendo, tutte le altre sembrano sbarrate. Mettiamo per esempio che il Giovane Italiano abbia qualche fratello maggiore che non riesce a trovare lavoro, un padre che si arrangia da anni e poca speranza.
Al giovane capiterà di imbattersi in un annuncio affisso in un centro sociale o magari in un messaggio pubblicato in rete. Dopo averlo letto gli parrà di avere una risposta. Infatti, il nostro si imbambolerà leggendo che una ONG si prodiga da anni cercando “Persone di buona volontà. Sognatori che pensano di poter migliorare il mondo e di poterlo rendere più giusto”. Sentirà di poter fare qualcosa. Dare il suo contributo. Partendo per l’ Africa come D.I. ( Development Istructor ) all’interno di un programma di Humana People to People.
Il giovane prenderà nota di un numero da chiamare o di un indirizzo email e già il suo umore si farà più sereno. Parlando con un gradevole reclutatore pagato dall’organizzazione, scoprirà che quello che gli si propone è un progetto di 14 mesi (6 in Danimarca, 6 in Africa e un ritocco danese per gli ultimi 2 mesi) in cui avrà la possibilità di usufruire di un programma di studio e formazione informatizzato, di migliorare la sua conoscenza della lingua inglese e di volarsene in Africa per partecipare in loco a progetti di sviluppo, sostegno, educazione per dare un contributo alle povere popolazioni indigene. Sempre parlando con il reclutatore scoprirà che l’Organizzazione che gli offre la possibilità di cambiare vita e mondo viene dalla Danimarca. Questo darà al giovane italiano un ennesimo incentivo. Non si tratta di qualche furbesca idea tutta italiana, bensì del prodotto di un paese civile e felice che per tante cose può fare le pernacchie allo Stivale. Scoprirà anche che il sogno di Humana è partito negli anni 70 e che da allora ha continuato a camminare per le vie del mondo, in Africa, Asia, America. Sviluppando sogni di milioni di giovani e motivati volontari anno dopo anno più numerosi. Gli spiegano che per affrontare la spesa del biglietto aereo per l’Africa dovrà lavorare per la scuola che lo ospiterà, lavoretti giornalieri, di qualche ora soltanto, mentre il resto del tempo sarà impiegato per lo studio. Per il lavoro svolto nella scuola ospitante non riceverà soldi ma non gli mancherà nulla, cibo e alloggio saranno sicuri come sarà assicurata la formazione per affrontare l’Africa, le lezioni di lingua e la buona compagnia in una confortevole struttura. Se avrà bisogno di soldi in più basterà chiedere di fare qualche lavoretto extra.
A questo punto il giovane italiano vestito ormai di coraggio e con un vago senso di protezione addosso, si sentirà pronto a fare la valigie, per realizzare il sogno di essere utile e per qualche mese non preoccuparsi di pane e companatico.
Ecco, in questa breve descrizione, l’Africa è lo specchietto e il nostro Giovane l’Allodola.
Humana People to People da decenni ha collaudato e man mano perfezionato una tecnica che gli permette al momento di essere tra le più ricche e di certo più discusse organizzazioni di volontariato al mondo. Sebbene originaria della Danimarca può contare ormai su una rete di 32 organizzazioni che lavorano di concerto per gli ultimi del pianeta. Almeno a quanto si può leggere in ognuno dei suo siti sparsi per la rete.
A ben guardare le cose non sono certo tanto commoventi.
Dopo una analisi generale e sintetica della situazione, appare evidente che l’Africa in realtà non è il vero obiettivo di Humana. Certo, il fundraising ( raccolta di soldi per strada per cui i volontari si adoperano ogni giorno in Danimarca e Inghilterra) mette insieme un cospicuo numero di bigliettoni ma la fonte più redditizia sono le scuole sparse sul territorio danese. Nelle scuole di Humana trovavo alloggio e educazione i bambini e gli adolescenti difficili della Danimarca, ragazzi provenienti da famiglie disagiate che le scuole normali non accettano e che invece Humana, da sempre vicino al disagio, accoglie a braccia aperte. Non tutti i ragazzi risiedono nelle scuole, alcuni semplicemente le frequentano o meglio, vi vengono tenuti a bada. Per ognuno di loro, Humana prende un cospicuo numero di corone.
Per la caritatevole organizzazione l’affare diventa ancor più allettante se si pensa di non dover pagare nessuno per mantenere queste scuole attive, tranne qualche sparuto insegnante. Infatti, manutenzione degli stabili, cucina, faccende relative alla pulizia e al controllo degli studenti è tutta a carico dei volontari, spesso unendo ore e ore di lavoro nelle cucine (lasciamo stare per questa volta la parte riguardante il rispetto delle regole igieniche) a nottate passate in logore stanzette a sorvegliare che nessuno si svegli o dia fuoco alla scuola, qualche studente ogni tanto ci prova. Lo stesso discorso qualora si dovessero riempire ore di vuoto didattico o costruire nuove stanze, subito si attiva un esercito di volontari che con i più strani background si ritrova a mettere tetti, condutture, pavimenti con la motivazione che tutto è “preparazione per l’Africa”.
I ricavati delle scuole Humana è notevole, a pensare che lo investano nei progetti africani farebbe quasi piacere, ma non è così. Seppure una piccola parte dei denari finisce nei progetti, tutti i materiali per la loro realizzazione verranno trovati o, più correttamente, elemosinati sul campo dai volontari. Le stesse scuole professionali attivate per gli africani manterranno comunque una retta a carico degli studenti, usciti da queste scuole poi i giovani africani potranno lavorare con l’organizzazione, ma sempre come volontari, facendo sorgere spontanea la domanda se si possa parlare di sviluppo dove non si percepisca la moneta che permetta la realizzazione di qualche piccolo progetto indigeno.
Al momento Humana annovera un folto gruppo di volontari arruolati soprattutto dall’Est Europa dall’Italia. E’ aperta da poco anche la sede italiana, locata nella periferia milanese. Rarissimo se non impossibile trovare un volontario danese nella struttura, in patria i più se ne stanno bel alla larga. Tra l’altro, se le allodole vengono da un paese che verte in condizioni di bisogno, perché magari molto giovane o molto in debito o sempre più vicino alla catastrofe, si fanno molte meno domande. Specie se le allodole hanno poca esperienza del mondo, probabilmente gli basterà poter dire “Sono stato in Africa” per sentire di aver fatto qualcosa di grande. Spesso, anche sinceramente commossi, i volontari potranno parlare di esperienze toccanti, magari accennando con gli occhi lucidi alla bellezza della gente africana, notoriamente “felice anche con niente” e in effetti, spesso niente è quello che gli porta tutto il movimento umanitario che circola nel continente, un tale possente andirivieni di moneta che, se sul serio fossero tutti utilizzati per l’Africa verrebbe da chiedersi se sul serio il continente abbia ancora tutto questo bisogno.
Se la popolazione di Humana è variegata, dall’Italia arriva di certo il gruppo sociologicamente più variopinto. Particolare per contesto ed età, spesso sono i più adulti tra i volontari, gente che ha provato a fare qualcosa in terra natia ma non è riuscita o ha perso tutto in qualche malaffare e non riesce ad arrabattarsi più o anche si sente inutile e non supportata dal suo sistema sociale. Per molti volontari Humana è la possibilità di avere un tetto sulla testa e qualcosa da mangiare.
E mentre per qualcuno Humana è il porto sicuro contro la depressione e la povertà, il desiderio di fare qualcosa, che pure infiamma molti benintenzionati volontari che dedicano anni ed energie nell’organizzazione, prende chiaramente i connotati di manovalanza al prezzo conveniente di un pranzo e una cena ( benchè a volte viene rinfacciato ai volontari di mangiare troppo) e ha l’utilità di creare una dipendenza economica che in breve lega i volontari all’organizzazione da qualunque punto di vista. Infatti, non percepire moneta di nessun genere anestetizza i volontari che per lo stesso motivo per cui hanno scelto Humana ( non avevano i soldi per fare tutto da soli) ne restano intrappolati ( una volta fatta esperienza non hanno i soldi per uscirne perché non hanno mai percepito un salario).
Ma il giovane Italiano di cui sopra probabilmente non si avvedrà di molte cose.
Non gli capiterà di riflettere su come vengono usati tutti i soldi che ha elemosinato in strada con qualsiasi tempo e temperatura, non si chiederà cosa succede in Africa quando un progetto è finito, non darà troppo peso al fatto che alla fine i corsi di preparazione erano inesistenti e il personale completamente impreparato, sia a sostenere eventuali problemi del volontario che degli studenti ospitati nelle scuole. Il giovane italiano si lamenterà un poco della mancanza di tempo libero, del divieto assoluto di alcol e droghe e delle tante ore di lavoro. Se è particolarmente sfortunato potrebbero ritardargli il volo per l’Africa con la buona motivazione che non sapeva bene la lingua, benchè qui il giovane si chiederà come mai prima di lui qualcuno è partito senza sapere una parola (con conseguente permanenza muta in Africa) e il suo ritardo coincida con una mole di lavoro moltiplicata nella scuola, magari per l’abbandono di qualche altro volontario. Perché questo è da dirlo, il volontario può abbandonare da un momento all’altro, salvo perdere la quota di iscrizione ( dal prezzo vario da €150 a €540, in parte pagabili con ulteriori ore di lavoro).
Spesso il giovane italiano, come altri giovani di tutto il mondo, aveva solo bisogno di una parentesi lontano da casa, di migliorare il suo inglese, di imparare a sbucciare le carote e di qualcosa di cui parlare una volta tornato a casa. Di certo dopo una esperienza di 6 mesi in Africa sarà in qualche modo più ricco, mostrerà a lungo uno sguardo sognante, amerà parlare degli africani, della bellezza della loro natura e mostrerà compiaciuto le foto scattate nonché magari un piccolo filmato da mettere su YouTube. Ma chi ha davvero aiutato? A parte i conti in banca di Humana People to People, intendo.
