La prima città è un preludio. Di pioggia. Mi aggiro per le strade come una lappone impazzita. Con scarpe troppo calde per la giornata che seppure grigia di certo non tende alla neve.
Avvolta in pesanti vestiti e con gli occhi ben aperti. Che nulla sfugga.
Una chiesa mi ricorda la solennità e induce al rispetto.
La strada è pulita da un vento gelido che porta il naso a farsi rosso e poi colare.
La parte buona dell'essere straniero, capitare da una qualche parte per la prima volta e lasciare semplicemente accada. Io oggi cammino per strada con il reggae nelle orecchie. La musica trasforma tutto in una leggera falsa. Adorabile.
Amaro ma caldo e il pensiero di ricordarmi il nome del posto, per quell'amica che al caffè ci tiene tanto, dovesse mai capitare di quì. Dalla finestra del bar vedo passare solo gambe. Belle, lunghe, snelle gambe di donne svedesi. “Sono proprio una straniera” mi dico.
Molte delle facce qui sono in pausa da qualche cosa. La pausa caffè da queste parti sembra seriamente una pausa, non hanno fretta con il loro tempo. La cosa insieme mi piace e infastidisce.Malesseri culturali, immagino.
E' solo una delle mie stupide idee irremovibili.
Per il resto è un ritrovo di gabbiani e facce affittate con il passo lento e il sorriso timido.
1 commento:
Buono lavoro!
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