mercoledì 26 marzo 2008

Le statue e il calzino ( GdV 11)

Ghiaccio sulla città. Ghiaccio sottile come una patina che protegge le cose. Il mio passo pesante avanza lento mentre sotto sotto il ghiaccio teme ma resiste. Sotto ogni singolo passo si muove un piccolo mondo d'acqua. Posso scorgere le increspature delle onde, il riverbero dei raggi di sole incastrati tra gli strati del gelo. Ogni movimento in avanti crea capovolgimenti senza lo si possa notare da fuori, che bisogna farci attenzione che sotto il ghiaccio c'è un mondo di onde e sassolini, o uno non se ne accorge manco.
Il ghiaccio sottile ondeggia, si crepa, resiste. I piedi strafottenti se ne stanno caldi nelle loro calze ma poi il calzino si bagna e diventa triste. Deluso, ferito nella sua pretesa onnipotenza di qualche minuto prima. Ma a poco vale quanto credi, quando si ha a che fare con scarpe vecchie. Puoi essere il più caldo ben tessuto dei calzini. Se ti affidi a vecchie calzature le tue certezze sono destinate quanto meno a farsi un bagno nell'umido. E la tristezza del calzino ricopre il parco e tutte le sue statue. Ma non la meraviglia del lago, dove nella parte salva dal gelo, fanno finta che niente sia le papere. Che per loro magari, davvero è tutto poca cosa. Perchè mai mi dovrei creare problemi, poi, se sono papera e ho da nuotare e mangiare anche con il ghiaccio tutto intorno? Freghiamocene del ghiaccio, sii papera!!










^^L'area verde più importante della città è anche una delle sue maggiori attrazioni turistiche.

Uno dei più famosi scultori norvegesi, colui che dà il nome al parco stesso, ha realizzato qui il suo capolavoro: il "Ciclo della vita" Di giorno e di notte, d'estate come d'inverno, il parco di Vigeland (Vigelandpark) è sempre pronto ad accogliere chiunque abbia voglia di visitarlo, 24 ore su 24. Gli abitanti della capitale lo amano molto.
I bambini si fanno trascinare dagli amici più grandi o dai genitori su slittini o mini-sci di fondo e gli appassionati di pattinaggio sul ghiaccio possono usufruire della pista collocata ad una delle estremità del parco stesso. La luce invernale, bassa e radente, contribuisce alla magia fiabesca del luogo. La breve estate, che si preannuncia con l'improvvisa fioritura degli alberi, popola il parco di persone di tutte le età che vi si trattengono fino a tarda ora per rilassarsi dalla non certo frenetica vita cittadina.^^

martedì 25 marzo 2008

* Preghiera *




E proteggimi Signore
dal diventare una turista
che si muove solo in gruppo,
proteggimi dalle cartoline,
dai cappellini con visiera

e dagli ombrelli segnalaposto.
Lascia stare invece,
te ne prego, gli occhi.

Che quelli siano lasciati liberi
di ricordarsi di tutto
bastando a se stessi

Grazie Assai


Nessuna Risposta Dal Nulla (GdV 10)

Prima giornata norvegese. Una giornata bizzarra che sa di buono. E' successo che ha nevicato e mi verrebbe da dire "finalmente" che adesso posso dirlo che ho viaggiato verso nord e le scarpe lapponi hanno un motivo d'essere e sono più contente pure loro. Solo che non è poi tanta la neve, giusto un poco di bianco spruzzato sui lavori in corso nella piazza principale. Penso ad un sogno strano fatto la notte e ricordato di giorno. Scritto in testa sperando verrà il momento di metterlo giù per bene. Il resto è una città chiassosa anche sotto la neve. E la neve se ne offende e si scioglie e diventa un acquitrino melmoso che mischia l'asfalto alle orme dei passanti. Lontana dalle strade centrali, il ghiaccio invita i piedi a scivolare, ma senza riuscirci. Solo qualche tentativo. Poi un museo caldo e colori e silenzio ancora. Negli occhi che immagino avesse Munch sento l'odore del suo dolore. Il dolore non lo provano tutti, a volte qualcuno crede soltanto di conoscerne. Ma il dolore vero è roba che stravolge e io stessa, nell'ovatta del viaggio e di una vita mediamente terribile, credo che alla fine abbia pianto lacrime consolabili. In un qualche modo. Tutto sommato c'è di che dirsi fortunati.


lunedì 24 marzo 2008

Aspettare ( GdV 9)


Il sole.Come un regalo di compleanno nascosto dalla vetrina, questa volta quella del bus. E un panino al formaggio nascosto nella tasca della giacca posata sul sedile a fianco. Come se la fame fosse una specie di vergogna, stacco un pezzo di panino alla volta e me lo infilo furtivo in bocca. Non è molto buono, il formaggio da queste parti ha un vago retrogusto di cartone. Probabile che molti altri abbiano del cibo nelle borse, ma nessuno credo lo nasconda. Immagino, almeno. Come immagino anche a cosa stiano pensando tutte queste facce. L'autista del bus accogliendomi mi ha augurato buon viaggio in svedese, poi vista la mia faccia lo ha tradotto, rassicurandomi non fosse niente di male. Sento odore di affetti, di speranze, di muri di città ancora da raggiungere. L'aria è fredda anche se i riscaldamenti sono al massimo. Tolgo lo stivaletto lappone e ammiro i miei calzini fucsia sbattere contro l'anonimato delle poltroncine del bus. Un ragazzo mi sorride nella fessura tra sedile e sedile, ma io non gli do troppa attenzione al momento. Ogni tanto chiudo un poco gli occhi.


I DONT WANNA WAIT IN VANE FOR YOUR LOVE

I DONT WANNA WAIT IN VANE FOR YOUR LOVE

Fuori dal finestrino la natura è fantasticamente verde e conciliante.

Se non fosse per tutti i cantieri che incontro per la strada, occupati a costruire altre strade e a togliere un poco di verde.

venerdì 21 marzo 2008

Le strade di Goteborg (GdV 8-9)


A G. le fermate del tram hanno il nome dei Centri Commerciali in zona o delle grandi Fabbriche o di qualche azienda. Ogni tanto di una chiesa. Mi viene in mente che sarebbe come se a Roma, Italia, le fermate si chiamassero Upim, Coin, Standa. L'immagine mi lascia sorridere. Siamo noi che abbiamo troppa scelta o loro che ne hanno troppo poca?
Arrivata ad una strada uguale ad altre strade mi chiedo dove voglio andare.
Da nessuna parte, mi rispondo. Ed entro a mangiare a menù fisso in un posto Thai.
Subito mi colpisce la omogeneità delle facce e dei tavolini, accoppiati in perfetto stile minimale. Mi chiedo a cosa pensino i miei vicini mentre mastico chili e chili di chicchi di riso. Hanno la faccia di chi deve lavorare in zona e non si preoccupa molto del dove e con chi. Questo è un posto dove ci si capita, mi dico. Come per me. L'aspetto è freddo, le finestre sono coperte per metà. così chi passa in strada vede i piedi delle persone ma non le facce. Tutela della privacy, immagino.
Il tempo mi grazia per un poco ancora dalla pioggia e io mi accorgo che sono quasi dieci giorni che non mi parlo d'amore.

martedì 18 marzo 2008

Il sogno delle persone sbagliate e della lingua legata



La sveglia la radio che suona. Apre gli occhi e la radio sta cantando, a basso volume, una qualche canzone inglese, sconosciuta e melensa. Si stropiccia gli occhi. Ha dormito qualche minuto o diverse ore, al momento non capisce la differenza. Sente solo il senso di spossatezza che le invade il corpo. Potendo scegliere non si definirebbe sveglia. Prima di chiedersi come può una radio iniziare a suonare sola, si accorge che alcuni mobili sono stati spostati da come li ricordava. Ci sono delle scarpe da uomo. Lunghe e marroni. Si chiede chi possa essere entrato in una casa chiusa dove il padrone di casa è al lavoro e lei una semplice ospite, che dorme sul divano. Si alza. Ma le gambe tremano. Poco ma tremano. Con la mano sinistra si appoggia allo stipite della porta e si spinge in avanti. Infila il naso nel corridoio. Odore di aglio soffritto.
"Buongiorno! Te devi essere *****" dice lui.
"....." lei non riesce a parlare. La lingua lei si è accartocciata in bocca.
Cerca di sciogliere il nodo, ma non è facile.
Lui è un omone da film sulla mafia americana, ma italiana. Ci mancherebbe.
Avrà 50 anni e una pancia morbida ma non esagerata, tenuta su da sano esercizio. Le braccia sono gonfie di muscoli. Ha una canotta bianca e un pantalone cachi. Sorride bonario. Dondolando appena i capelli tirati in una coda sottile, grigiogiallabianca.
"Non lo sapevi che c'eravamo pure noi? Lui non ti ha detto niente, eh!" ha la voce che devono avere i padroni o quelli che sanno sempre perchè stanno parlando.
"Non siamo pericolosi, ti abituerai." continua mentre dalla padella comincia ad alzarsi fumo di aglio bruciato. Lei pensa che primo Noi chi?? e secondo Abituarsi? vuole dire tempo e lei non ha tempo da passare in quella casa, non abbastanza da creare abitudine. La lingua si intreccia sempre di più. Sente il gonfio del nodo sbattere contro l'interno della guancia.
Poi capisce il Noi.
Dalla stanza accanto arriva una ragazza splendida, minuta, bruna, messicana forse. Striscia quasi contro il muro del corridoio avvicinandosi, non cammina. Ha occhi dolci ma incerti e capelli ricci e senza direzione. Fa le fusa con il tizio dell'aglio e lui le passa qualcosa in mano. Lei sorride. Poi corre verso la sua stanza urlando "Amore, amore" e le risponde una voce sottile. Lei entra ed esce un ragazzo magro dalle movenze maldestre, con una tshirt rosa. Solo lui si avvicina e si presenta.
Prende la sua mano, prova a stringerla. Ma non riesce a pronunciare il suo nome. Sente invece il dolore della carne annodata in bocca. Le vibrazioni che cerca di fare per creare un suono le danno il solletico.
L'omone con il codino ride.
"Poverina. L'abbiamo spaventata"
"Chi noi? " dice una donna che entra ora dalla porta. Ha una vestaglia a fiori e un bambino tra le braccia. Le gambe sono nude e snelle. Il bambino è cicciotello e biondo.
"Sul serio sei spaventata da noi?" e la guarda in faccia.
Due occhi immensi e azzurri che hanno lo stesso colore dei petali dei fiori della vestaglia, un campo di fiori su sfondo ciclamino vivo.
"....h h h..." lei un suono non riesce a farlo e allora fa non con la testa.
"Brava!" dice lei e le carezza la testa. E' dolce quella carezza. pensa lei. Si sente che è mamma.
Il bambino intanto scende dalle braccia magre della madre e prende a camminare.
"Non ti preoccupare, starai bene con noi" continua la mamma " devi solo fare l'abitudine a certe cose, ma con il suo aiuto andrà tutto bene. Ma non puoi parlare?"
NO! vorrebbe dire. Non lo vedi il bozzo che ho contro la guancia. Non lo vedi! e le viene voglia di piangere a sentir parlare ancora di abitudine.
Abitudine, tempo, posto.
Sono tutte parole che pesano come pietra. E lei come pietra è immobile, senza neppur poter urlare. Allora cerca il bagno. Vuole provare a piangere o tirarsi via dalla bocca la sua stessa pesante lingua.
Il bagno è tutto completamente rosa. Lei si avvicina allo specchio cercando il rigonfiamento della lingua. Ma per quanto lo senta dolore dentro di se, non lo vede. La sua faccia è normalissima, se non si nota troppo l'espressione di paura che le allarga lo sguardo.
Mentre si tocca la guancia, sente il caldo del vapore venirle addosso. Non si chiede come possa esserci vapore in un bagno dove c'è solo lei a guardarsi la faccia, ma poi non serve farsi domande. Con la coda dell'occhio vede. In basso, in una piscina gonfiabile, più rosa del resto, un uomo sta facendo il bagno. E' nudo, di spalle, comincia a ridere girando il capo.
Lei scivola e cade. Resta in un angolo del bagno. Tremando. Vorrebbe chiedere scusa, vorrebbe piangere, vorrebbe andare via. Riesce solo a scivolare sempre più scomposta. L'uomo che fa il bagno ride. Finalmente lei si mette in piedi ed esce dalla porta. Se la chiude alle spalle. E' in piedi adesso, nel mezzo del corridoio. Dalla stanza della ragazza messicana arriva una musica allegra che rimbomba tra gli spazi vuoti.
"Voglio svegliarmi" riesce finalmente a dire lei. Ad alta voce.

giovedì 13 marzo 2008

Le SvedoNapoletane (GdV 8-9)


Certi giorni iniziano strani. Questo che ricordo come ottavo inizia con me che cerco la casa di uno sconosciuto. Piove. Un pò. Non troppo. Il tram fa un percorso talmente lungo che quasi mi addormento. Cammino ad U nella città. Partita da una periferia che chiameremo A taglio a metà il Centro per poi arrivare ad una nuova periferia che chiameremo B. La periferia B è come la A, solo più bassa e dall'altra parte della città. I colori sono simili, ma qui ci sono più ristori stranieri e strade piccole. Ma quella principale è sempre uno stradone grigio con in mezzo un tram che sale e uno che scende. La casa che cerco è perduta tra le vie, chiedo aiuto inutilmente ad una giovane bionda con cane ( che quasi mi morde) e poi, con più fortuna, ad una signora. La signora mi aiuta e molto. E' piccola, vestita di golfini di lana e gambe secche negli stivaletti neri, una faccia curiosa e brillante che rischiara. Inoltre la signora è una rivoluzione culturale. Stravolgendo tutti i più caparbi stereotipi sugli scandinavi Primo, Non parla inglese e Secondo, si agita e gesticola manco fosse 'e napule paisà. Invece è svedese. Ed in svedese ferma la gente per strada, in svedese mi chiede di seguirla muovendo la mano verso di lei quando incapace di capire mi tengo a distanza, in svedese urla e ride contro chi non può aiutarla.rmi. Alla fine, dopo uomini in divisa severi e baffuti camionisti, è solo quando ferma una nuova coppia di arzille svedonapoletane che mi trova la soluzione. Prima confabula, poi mi indica, poi gesticola. E loro di risposta, una grassa e rosa come una pasqua e l'altra esile e verde come una spiga d'estate, le imitano la voce e i gesti e se la ridono, manco fosse l'evento comico dell'anno, una addormentata italiana sperduta per le strade della periferia B di Goteborg. Mi avvio sommergendo l'allegro trio di Tak!Tak! e la Svedonapoletana continua per qualche secondo a muovere vento con la sua manina piccola, gridando anche stridula un soddisfatto saluto a distanza quando finalmente imbocco la retta via. Poi, trovato il palazzo, trovato lo zerbino marrone sotto la porta rossa che nasconde la fessura del primo gradino, quella che se ci metti dentro la mano poi trovi la chiave di casa, apro la porta. E dentro svengo. Il tempo di avvertire il mio ospite che sono in casa sua e sto per cadere sopita e sopita sono e sopita sogno. Il sogno delle persone sbagliate e della lingua legata.

martedì 11 marzo 2008

Meglio d'Estate ( GdV 6-7) seconda parte


La cucina è piuttosto piccola ma c'è tutto. Tutto perfettamente in ordine, con le miniature colorate che guardano dalla mensola i due che fanno merenda. Piccole perfette miniature manga giapponesi, che lui spolvera metodicamente e che le presenta una per una come pietre preziose. In giro c'è aria di domenica pomeriggio ma lei non saprebbe dire con certezza che giorno della settimana sia. Capita quando si viaggia un pò .
Tutto è perfettamente apparecchiato, piattino, cucchiaino, tovagliolino.
"E' proprio buona questa..come si chiama?" dice lei con un labbro sporco di panna.
"Semla. Si chiama semla." poi continua, sentendo sia il momento di dire una frase di più " Pensa che un mio amico viene ogni anno a trovarmi solo per mangiarne." Sentenzia orgoglioso.
Lei alza il sopracciglio e annuisce.
"Sai che c'è di bello?" dice.
"NO!" risponde quasi vagamente preoccupato.
"Che queste sono certa che viene meglio mangiarle adesso che in estate." e si tiene chiusa la bocca stringendo un labbro contro l'altro.
Fuori ha iniziato a piovere un poco.
Lui annuisce e morde la sua pasta, gonfia di ripieno. Ne rimane una macchia sulla corta barba rossiccia che spunta dalle guance magre.
Lui ha lo sguardo perennemente perso ma a lei non infastidisce.
Non ci sono intenzioni maliziose tra i due e quello sguardo sempre a oriente la intenerisce.
Quante persone splendide non incontriamo solo per il pregiudizio che perchè troppo diverse da noi non possono aiutarci a scoprire qualcosa di bello di questo posto dove siamo? pensa lei.
Quando lui si alza per versare il tè lei si alza e lo abbraccia.
"Grazie, sei gentilissimo!" dice.
Lui, fattosi pietra, impiega qualche secondo per tornare a respirare e poi riesce a dire " Lo stile italiano" e torna al suo posto. Così che tutto possa restare in ordine per bene.
Finiscono la pasta in silenzio, sorridendo.





domenica 9 marzo 2008

Meglio d' Estate (GdV6-7) prima parte


"E' meglio venirci d'Estate!" dice lui.
"Guarda che me lo hai già detto almeno sette volte. Non insistere o penso di aver sbagliato tutto" risponde la ragazza, tirando su il collo della maglia.
"No. No. Va bene. Solo che è meglio venirci d'Estate"
Lui parla solo seriamente. Ha la testa piccola e a punta, nascosta da un cappello scuro.
Non potrebbe essere nato in altro posto che quello. I capelli corti e ispidi, la barba rasa e rossiccia, lo sguardo pulito che riflette bonarietà e distacco. Cammina dritto, quasi sembra che non gli si pieghino neppure le ginocchia.
"Vedi questo parco?" riprende.
"Certo che lo vedo"
"Ora è grigio e ci sono poche persone, maip d'estate si riempie di giovani. Vengono tutti qui a qualsiasi ora. Tutti parlano insieme, ci sono anche più biciclette. Ora fa freddo."
"E non è estate." dice lei divertita, ancora.
"Già.Vieni che ti faccio vedere le renne" e seriamente cammina su per le strade del parco, fino al recinto delle renne. Sono due e mangiano lente, disturbate da una manciata di ragazzini. Stanno lì, possenti e annoiate. Simpatiche si direbbe.
"Le renne sono rare da vedere. Sono l'attrazione dello zoo. E' bello che i bambini possono venire qui quando vogliono, è libero." dice lui.
"Mi fanno tristezza gli animali in gabbia" dice lei.
"Non c'è molto altro da vedere qui" riflette lui, senza ascoltare quasi. Come se avesse un piano in testa, la mappa delle cose da fare nella mattinata e non vorrebbe saltar nulla.
"Andiamo dalle foche.." conclude.
"Va bene" dice lei, non glielo dice neppure che sempre gabbie sono.
Le foche stanno immerse in una buca circondata di vetro, si possono seguire mentre nuotano in coppia, saranno cinque in tutto. Ogni tanto si avvicinano al vetro e quasi salutano.
"D'estate l'acqua è più pulita" aggiunge lui.
Lei ciondola la testa.
"Mangiamo qualcosa?" suggerisce.
"Sì. Sono affamato. Sono fammi vedere, tre ore e mezza che camminiamo. Ti ho fatto vedere tutto quello che c'era da vedere in città." Come a giustificare la sosta pranzo.
"Sì sì, va bene. Fa anche un poco troppo freddo in strada, a stomaco vuoto."
Sorride.
Sorride anche lui.


Il posto dove si fermano è piccolo con un qualcosa di francese.
Lei mangia lenta la sua torta di verdure, non vuole finisca.
Lui mangia lento per abitudine. Sorseggia un tè che sa di carbone e di qualcosa di affumicato.
"Senti che profumo strano. Vuoi assaggiarlo?" chiede.
Lei assaggia sempre tutto. Lo fa anche ora.
Storce un poco il naso " In effetti sa di affumicato" e smorfia il naso.
"Sì. A me piace molto." poi " Vedi che non ci sono molte persone in giro? La mia città muore in questo momento dell'anno..."
" ...mentre d'estate...." e ride stavolta.
Ride pure lui, educatamente arrossendo un pò.

giovedì 6 marzo 2008

Ci sono volte che è casa (GdV3-4-5)


La città che viene dopo è la città che è aria di casa. Si respira familiarità per le strade e nei viottoli umidi, tra le facce degli studenti a passeggio sonnecchia un profumo di pomodoro e basilico. Dopo qualche giorno senza mai capire tutto ora delle conversazioni non mi sfugge nulla. Eppure curiosamente non è un posto mio, sono quasi qui per caso. Amica di poco ma felice di esserci mentre si festeggia la fine di una esperienza. Stavolta non mia. Quì pare tutto piccolo. Mi sento come una lillipuziana senza però nessun Gulliver nei paraggi, posso osservare senza dar troppo nell'occhio.In sospeso, come se fossi padrona del mio tempo. Tranne quello del sonno, che viene turbato dal suono che deve fare il mondo quando crolla sotto i colpi di schiena di un elefante con il naso chiuso.

Poi una cena. Una festa di addio. Qualcuno che qui ci viveva adesso cambia tutto. Ricomincia o forse continua. Sistemo, pulisco, piego tovaglioli. L'aria è di attesa.
La mamma guarda il bambino come una madre, sempre. Anche quando il bambino bestemmia da un pò. Non c'è cura all'italianità delle mamme. Ma il loro orgoglio a vederlo farsi uomo sfiora sempre la commozione.

Lei ha gli occhi lucidi e non lo molla un attimo.
Lei guarda lui quando lui non la guarda e lui la guarda poco così lei lo può guardare a lungo.
Non si sono mai detti nulla su quegli sguardi. Non sanno neanche se avrebbero voluto. Tanto ora è tardi per chiederselo.

L'altro è invadente per causa del vino e non riesce a smettere di dire la stessa frase in continuazione. "UnbacioUnbacioUnabacioUnbacioUnbacioUnbacio" come in loop, senza sosta e speranza. "Allora me ne vado" fa alla fine. Gli arriva solo un "Eh!" di risposta. E allora se ne va sul serio.

Quando uno parte lascia sempre aperti dei condizionali che non avranno mai un tempo indicativo. Se ne stanno appesi al filo del SE e chi s'è visto s'è visto.


Questa cittadina è la calma, prima della tempesta.


martedì 4 marzo 2008

Regali (GdV3)


Parte che è mattino presto. I vestiti troppo pesanti la fanno apparire a se stessa un poco fuori luogo ma simpaticamente. L'autista del mattino ha la faccia già stanca e poca propensione alla chiacchiera. Neppure risponde al saluto.

"Ha spicci?" chiede soltanto con i suoi occhi piccoli e la mano grande.

"No!" risponde lei. Già spaventata da cosa possa accadere adesso.

E allora passa che è mattina presto e non ho voglia di perder tempo, dice con il gesto di una mano che muove aria. Solo che sarà che è mattina presto e i vestiti sono troppo corti e troppo caldi e la lingua è quella che è, lei non ci crede troppo e resta vicina, in piedi al signore che ha mani grandi che trasbordano dappertutto sul volante. Resta in attesa di quando avrà il resto. Ma ti pare! si dice. Solo che fermata dopo fermata non succede nulla, nessuno la chiama a pagare la corsa. Lei pensa che la cosa dell'autista di bus che fa passare per mancanza di moneta è una di quelle piccolezze che migliora il viaggio. Ci si può prendere un caffè altrimenti fuori budget. Ad essere fuori budget dopo neppure 72 ore di viaggio significa che si è partiti con un certo vantaggio, pensa. E le viene da ridere. Quindi, tra il regalo di un caffè e la consapevolezza del proprio deficit economico, la mattinata comincia frizzante.


lunedì 3 marzo 2008

Casa (GdV2ancora)


Le cose materiali che pure mi servono in questo momento non mi sembrano meritare desideri. Un posto. Vorrei un posto mio. A volte guardando dalla finestra di qualche mia vecchia città mi chiedevo se quello era il mio posto, non lo era e lo sapevo. Questo mi metteva amarezza e allo stesso tempo speranza. Energia. Sapevo mi sarei spostata. Ora non ho un posto mio. Questo mi lascia un senso di libertà e allo stesso malinconia.

La parola casa rincuora.

La parola casa rincuora.

La parola casa rincuora.

Intanto dovrebbe piovere. Invece no.

Nel centro commerciale dove compro il mio primo libro tutto inglese, la signora è preoccupata per sua figlia e per un dolore che non vuole controllare.