giovedì 6 marzo 2008

Ci sono volte che è casa (GdV3-4-5)


La città che viene dopo è la città che è aria di casa. Si respira familiarità per le strade e nei viottoli umidi, tra le facce degli studenti a passeggio sonnecchia un profumo di pomodoro e basilico. Dopo qualche giorno senza mai capire tutto ora delle conversazioni non mi sfugge nulla. Eppure curiosamente non è un posto mio, sono quasi qui per caso. Amica di poco ma felice di esserci mentre si festeggia la fine di una esperienza. Stavolta non mia. Quì pare tutto piccolo. Mi sento come una lillipuziana senza però nessun Gulliver nei paraggi, posso osservare senza dar troppo nell'occhio.In sospeso, come se fossi padrona del mio tempo. Tranne quello del sonno, che viene turbato dal suono che deve fare il mondo quando crolla sotto i colpi di schiena di un elefante con il naso chiuso.

Poi una cena. Una festa di addio. Qualcuno che qui ci viveva adesso cambia tutto. Ricomincia o forse continua. Sistemo, pulisco, piego tovaglioli. L'aria è di attesa.
La mamma guarda il bambino come una madre, sempre. Anche quando il bambino bestemmia da un pò. Non c'è cura all'italianità delle mamme. Ma il loro orgoglio a vederlo farsi uomo sfiora sempre la commozione.

Lei ha gli occhi lucidi e non lo molla un attimo.
Lei guarda lui quando lui non la guarda e lui la guarda poco così lei lo può guardare a lungo.
Non si sono mai detti nulla su quegli sguardi. Non sanno neanche se avrebbero voluto. Tanto ora è tardi per chiederselo.

L'altro è invadente per causa del vino e non riesce a smettere di dire la stessa frase in continuazione. "UnbacioUnbacioUnabacioUnbacioUnbacioUnbacio" come in loop, senza sosta e speranza. "Allora me ne vado" fa alla fine. Gli arriva solo un "Eh!" di risposta. E allora se ne va sul serio.

Quando uno parte lascia sempre aperti dei condizionali che non avranno mai un tempo indicativo. Se ne stanno appesi al filo del SE e chi s'è visto s'è visto.


Questa cittadina è la calma, prima della tempesta.


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