martedì 18 marzo 2008

Il sogno delle persone sbagliate e della lingua legata



La sveglia la radio che suona. Apre gli occhi e la radio sta cantando, a basso volume, una qualche canzone inglese, sconosciuta e melensa. Si stropiccia gli occhi. Ha dormito qualche minuto o diverse ore, al momento non capisce la differenza. Sente solo il senso di spossatezza che le invade il corpo. Potendo scegliere non si definirebbe sveglia. Prima di chiedersi come può una radio iniziare a suonare sola, si accorge che alcuni mobili sono stati spostati da come li ricordava. Ci sono delle scarpe da uomo. Lunghe e marroni. Si chiede chi possa essere entrato in una casa chiusa dove il padrone di casa è al lavoro e lei una semplice ospite, che dorme sul divano. Si alza. Ma le gambe tremano. Poco ma tremano. Con la mano sinistra si appoggia allo stipite della porta e si spinge in avanti. Infila il naso nel corridoio. Odore di aglio soffritto.
"Buongiorno! Te devi essere *****" dice lui.
"....." lei non riesce a parlare. La lingua lei si è accartocciata in bocca.
Cerca di sciogliere il nodo, ma non è facile.
Lui è un omone da film sulla mafia americana, ma italiana. Ci mancherebbe.
Avrà 50 anni e una pancia morbida ma non esagerata, tenuta su da sano esercizio. Le braccia sono gonfie di muscoli. Ha una canotta bianca e un pantalone cachi. Sorride bonario. Dondolando appena i capelli tirati in una coda sottile, grigiogiallabianca.
"Non lo sapevi che c'eravamo pure noi? Lui non ti ha detto niente, eh!" ha la voce che devono avere i padroni o quelli che sanno sempre perchè stanno parlando.
"Non siamo pericolosi, ti abituerai." continua mentre dalla padella comincia ad alzarsi fumo di aglio bruciato. Lei pensa che primo Noi chi?? e secondo Abituarsi? vuole dire tempo e lei non ha tempo da passare in quella casa, non abbastanza da creare abitudine. La lingua si intreccia sempre di più. Sente il gonfio del nodo sbattere contro l'interno della guancia.
Poi capisce il Noi.
Dalla stanza accanto arriva una ragazza splendida, minuta, bruna, messicana forse. Striscia quasi contro il muro del corridoio avvicinandosi, non cammina. Ha occhi dolci ma incerti e capelli ricci e senza direzione. Fa le fusa con il tizio dell'aglio e lui le passa qualcosa in mano. Lei sorride. Poi corre verso la sua stanza urlando "Amore, amore" e le risponde una voce sottile. Lei entra ed esce un ragazzo magro dalle movenze maldestre, con una tshirt rosa. Solo lui si avvicina e si presenta.
Prende la sua mano, prova a stringerla. Ma non riesce a pronunciare il suo nome. Sente invece il dolore della carne annodata in bocca. Le vibrazioni che cerca di fare per creare un suono le danno il solletico.
L'omone con il codino ride.
"Poverina. L'abbiamo spaventata"
"Chi noi? " dice una donna che entra ora dalla porta. Ha una vestaglia a fiori e un bambino tra le braccia. Le gambe sono nude e snelle. Il bambino è cicciotello e biondo.
"Sul serio sei spaventata da noi?" e la guarda in faccia.
Due occhi immensi e azzurri che hanno lo stesso colore dei petali dei fiori della vestaglia, un campo di fiori su sfondo ciclamino vivo.
"....h h h..." lei un suono non riesce a farlo e allora fa non con la testa.
"Brava!" dice lei e le carezza la testa. E' dolce quella carezza. pensa lei. Si sente che è mamma.
Il bambino intanto scende dalle braccia magre della madre e prende a camminare.
"Non ti preoccupare, starai bene con noi" continua la mamma " devi solo fare l'abitudine a certe cose, ma con il suo aiuto andrà tutto bene. Ma non puoi parlare?"
NO! vorrebbe dire. Non lo vedi il bozzo che ho contro la guancia. Non lo vedi! e le viene voglia di piangere a sentir parlare ancora di abitudine.
Abitudine, tempo, posto.
Sono tutte parole che pesano come pietra. E lei come pietra è immobile, senza neppur poter urlare. Allora cerca il bagno. Vuole provare a piangere o tirarsi via dalla bocca la sua stessa pesante lingua.
Il bagno è tutto completamente rosa. Lei si avvicina allo specchio cercando il rigonfiamento della lingua. Ma per quanto lo senta dolore dentro di se, non lo vede. La sua faccia è normalissima, se non si nota troppo l'espressione di paura che le allarga lo sguardo.
Mentre si tocca la guancia, sente il caldo del vapore venirle addosso. Non si chiede come possa esserci vapore in un bagno dove c'è solo lei a guardarsi la faccia, ma poi non serve farsi domande. Con la coda dell'occhio vede. In basso, in una piscina gonfiabile, più rosa del resto, un uomo sta facendo il bagno. E' nudo, di spalle, comincia a ridere girando il capo.
Lei scivola e cade. Resta in un angolo del bagno. Tremando. Vorrebbe chiedere scusa, vorrebbe piangere, vorrebbe andare via. Riesce solo a scivolare sempre più scomposta. L'uomo che fa il bagno ride. Finalmente lei si mette in piedi ed esce dalla porta. Se la chiude alle spalle. E' in piedi adesso, nel mezzo del corridoio. Dalla stanza della ragazza messicana arriva una musica allegra che rimbomba tra gli spazi vuoti.
"Voglio svegliarmi" riesce finalmente a dire lei. Ad alta voce.

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